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Da montagne di carta a cumuli di macerie: la parabola di una delle più grandi industrie sarde

Un silenzioso deserto di terra battuta e capannoni scheletriti: chi avrebbe mai immaginato una fine così ingloriosa per la Cartiera di Arbatax? La più grande fabbrica dell’Ogliastra, una delle principali e rinomate della Sardegna, addirittura la seconda del suo genere in Europa, è oggi un enorme cimitero industriale che si estende tra serbatoi e gru arrugginite a due passi dal mare.

Com’è avvenuta questa piccola apocalisse? Perché montagne di carta bianca sono state rimpiazzate da cumuli di macerie? Sono solo alcune delle domande che ci ronzano in testa mentre, dopo una lunga camminata in mezzo all’erba incolta, ci addentriamo nei suoi colossali edifici superstiti. Il per nulla romantico mondo dell’Economia non ammette ricordi e rimpianti, tutto ruota attorno a due semplici e fumettistiche parole, l’alfa e l’omega della Finanza: il boom e il crack.

Il boom è noto a tutti: nel pieno degli anni ’60, ottimismo, voglia di riprendersi dagli incubi della guerra e mettersi alla prova. È il 1963 e in una delle poche aree pianeggianti dell’Ogliastra, strategicamente vicina al porto di Arbatax, la Cartiera apre i battenti sotto l’egida dell’industriale trentino Pietro Ferraro e del giovane ingegnere cagliaritano Paolo Marras, che gestiva il comparto tecnico. Il complesso raccolse immediati consensi, sia da parte della popolazione che del mondo commerciale.

Gli affari andarono da subito a gonfie vele. Forte dell’enorme richiesta produttiva, la fabbrica lavorava a ritmi frenetici, il regime 24/7/365. Il tutto incentrato sul suo instancabile cuore pulsante, la macchina continua Arborea, alla quale sette anni più tardi si aggiunse la gemella Bonaria: 123 ettari di pura efficienza, nutriti da una centrale termoelettrica dalle grandi ciminiere. Per un attimo Arbatax divenne una piccola capitale del Mediterraneo, nucleo attorno al quale orbitavano navi mercantili (talora anche dieci in rada) cariche di legna, cellulosa e talco provenienti principalmente dai Paesi scandinavi, Unione Sovietica e persino dal Canada. Gran parte delle oltre 400 tonnellate quotidiane di carta prodotta venivano esportate in tutta l’Europa meridionale, Nord Africa e Medio Oriente, anche tramite due grossi cargo di proprietà della ditta stessa, l’Arbatax e la Latinia. In poco meno di un decennio l’impianto arrivò a coprire il 60% del consumo nazionale di carta da giornale e rotocalco.

Il grande traffico di materie prime e prodotti finiti non rivoluzionò solo il sistema di trasporti marittimi locali: il secolare isolamento ogliastrino venne spezzato anche dalla costruzione del vicino aeroporto di Tortolì-Arbatax, vitale per lo sviluppo della Cartiera, oggi testimone anch’esso abbandonato di quell’irripetibile periodo d’oro.

La Cartiera fu la principale fonte di occupazione industriale per la popolazione del luogo, arrivando a contare più di mille dipendenti, tra operai e lavoratori portuali, molti dei quali formati da corsi preliminari. Le cronache e le testimonianze di allora, oggi quasi mitizzate, parlano di dipendenti validi, efficienti e supportati da un autorevole movimento sindacale. “Negli anni ’60 un operaio andava a lavorare in bici o a piedi, poi l’economia iniziò a girare e gli operai poterono permettersi di comprare l’auto. A Tortolì si iniziarono a vedere le prime 500, 126, 124. Essere un cartario era diventato ormai uno status e in quegli anni si usciva con la tuta da lavoro, il fascino della divisa era un ottimo modo per trovare una fidanzata”, racconta con divertita nostalgia uno dei dipendenti.

Ma ogni equilibrio, prima o poi, è destinato a vacillare. Nello stile bianco e nero dell’editoria di quegli anni, anche nella Cartiera oscure trame politiche iniziarono a serpeggiare sotto la candida facciata di alacre dinamismo. Nel 1973 venne acquisita dalla Fabocart del milanese Giovanni Fabbri, noto col rappresentativo nomignolo di “Artiglio di carta”, legato da stretti rapporti con Licio Gelli e Roberto Calvi. In accordo col programma della P2 e ben consapevole del fatto che gran parte della carta da giornale italiana partiva da Arbatax, l’obiettivo di Fabbri era il monopolio delle materie prime per tenere in pugno e controllare l’intero mercato editoriale: furono paradossalmente gli anni dell’apogeo della Cartiera, ma che allo stesso tempo spianarono la strada verso il punto di non ritorno.

Lo scandalo della P2, a fine anni ’70, fu un autentico terremoto che spazzò via i giochi di potere e si ripercosse anche localmente, spodestando Fabbri e la Fabocart. Nel 1981 gli operai e i vertici sindacali iniziarono l’autogestione fino a un tentativo di riacquisizione da parte dell’imprenditore milanese celato dietro holding straniere. Fallita anche questa manovra, la Cartiera diede il suo canto del cigno grazie alla gestione del manager Mario Lupo, che regalò un piccolo spiraglio di luce. Ma fu solo una breve illusione. Dopo il 1989 si entrò in un’inarrestabile spirale di crisi, avvicendamenti amministrativi, scelte imprenditoriali infelici, gestioni fallimentari, bancarotte e persino lo spettro di infiltrazioni mafiose: una serie infinita di colpi di grazia che, uno dopo l’altro, hanno sancito il crack.

Gli anni ’90 si aprono infatti con una profetica frase dell’allora ministro dell’Industria Paolo Savona, secondo cui “l’Ogliastra è meglio che punti sul turismo”: il vento commerciale soffia ormai verso altri lidi, le rotte navali cambiano e Arbatax resta sola. A nulla servono gli estremi tentativi di salvataggio dell’imprenditore cagliaritano Nichi Grauso (dal 1995 al 1997) e, ultima della lista, la Girasole SpA che nel 2005, dopo tre anni di agonia, conclude la parabola della Cartiera in un’aula di tribunale.

Come una gigantesca carcassa, la Cartiera viene lentamente smembrata da tutte le sue componenti: in meno di un decennio gran parte dei suoi possenti edifici vengono demoliti, le due macchine continue vengono smontate e date in pasto alle fonderie della penisola, 90 dei suoi ettari vengono fagocitati da nuove imprese locali che popolano l’area portuale con nuovi e anonimi capannoni industriali.

In mezzo a questo deserto, tuttavia, è impossibile non rimanere impressionati dalla grandezza delle strutture che ancora resistono ai mezzi da demolizione. L’edificio macchina continua è un unico, colossale capannone, una sterminata distesa di ciclopici pilastri che si estendono a perdita d’occhio e fanno quasi pensare a un’opera di esseri mitologici. Svuotati dai roboanti apparecchi, il solo rumore che riempie gli spazi è qualche raro sbattere d’ali di piccione. Tutto il resto è immobile, anche i ganci da carico arrugginiti pendono nel vuoto senza un cigolio.

Percorrendo una passerella si entra nella centrale termoelettrica con le sue ciminiere gemelle, anch’essa ormai ridotta a un pericolante scheletro di cemento, ma che conserva ancora frammenti di vita quotidiana dell’impianto: gli impianti seminterrati, la mensa degli operai, gli uffici della Direzione con i cilindri di carta e modelli da mostrare agli acquirenti, gli archivi e il laboratorio chimico.

All’esterno dell’edificio principale un’enorme scritta circondata da piante rampicanti, in ombra rispetto alla luce del tramonto, ricorda in modo tristemente beffardo l’ultimo e disperato tentativo di sopravvivenza della fabbrica: Girasole. Non c’è dubbio, il Sole ha decisamente girato le spalle alla Cartiera.

Dove si trova: nel porto industriale di Arbatax. Attenzione, gli edifici sono pericolanti e ad altissimo rischio di crolli. Google Maps

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