Il perché di questo sito

Principalmente perché ci piacciono le rovine, i fantasmi, le cose dimenticate. Non siamo fotografi, non siamo artisti. Ci piace camminare.

E poi perché:

Attenta, madre, l’aiuto io, giriamo attorno a queste macerie, meglio per questo corridoio che finisce in un altro cortile ancora, a un livello diverso, adibito a funzioni dimenticate, aperto su stanze dove le ragnatele attenuano i suoni e su porticati dove rimasero attaccati gli echi di transiti che non lasciarono notizia, o saranno topi e gatti e galline e colombe che si inseguono tra le rovine di questa muraglia che nessuno ha finito di demolire.

(da “L’osceno uccello della notte” di Josè Donoso)

Ma anche:

“Poi il tetto sarebbe crollato; i rovi e la cicuta avrebbero cancellato sentieri, scalini e finestre, sarebbero cresciuti, in modo ineguale ma rigoglioso sul terrapieno, fino a quando un viandante smarrito avrebbe riconosciuto da un tizzone di fuoco in mezzo alle ortiche, da un coccio di porcellana fra la cicuta, che una volta lì era vissuto qualcuno; c’era stata una casa.”

(da “Gita al faro” di Virgina Woolf)

E perfino:

“Rovistarono fra le rovine carbonizzate di case in cui un tempo non avrebbero mai messo piede. Un cadavere che galleggiava nell’acqua nera di una cantina in mezzo ai rifiuti e alle tubature arrugginite. L’uomo si fermò dentro un salotto parzialmente incenerito e aperto al cielo. Le assi deformate dall’acqua inclinate verso il giardino. Volumi fradici sugli scaffali di una libreria. Ne prese uno, lo aprì e lo rimise a posto. Tutto era umido. Marcescente. In un cassetto trovò una candela. Non c’era modo di accenderla. Se la mise in tasca. Uscì fuori nella luce livida, rimase lì in piedi e per un attimo vide l’assoluta verità del mondo. Il moto gelido e spietato della terra morta senza testamento. L’oscurità implacabile. I cani del sole nella loro corsa cieca. Il vuoto nero e schiacciante dell’universo. E da qualche parte due animali braccati che tremavano come volpacchiotti nella tana. Un tempo e un mondo presi in prestito e occhi presi in prestito con cui piangerli.”

(da “La strada” di Cormac McCarthy)

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