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Ascesa e caduta dell’ing. Giorgio Asproni

Laveria della miniera Seddas Moddizis

I resti della laveria della miniera di Seddas Moddizzis si trovano a pochi chilometri da Gonnesa. La storia di questa miniera è appassionante e il protagonista è senza dubbio l’ing. Giorgio Asproni, che la rilevò nel 1870 nella speranza di trarre profitto grazie ai giacimenti di calamina, un minerale che viene utilizzato per l’estrazione dello zinco. Fino a quel momento si era cercato di estrarre l’argento, senza grande successo. Ma l’idea di Asproni si rivelò giusta: costruì la laveria dove la calamina veniva trattata, due forni di calcinazione, il villaggio per i minatori e in pochi anni, con il lavoro di oltre duecento dipendenti, riuscì a produrre 100mila tonnellate di calamina. Asproni dirigeva la maniera con piglio determinato, oggi diremmo autoritario, da vero patriarca e padrone.

A un certo punto però, dopo un periodo di successo, il sogno si infranse: dagli anni 20 in poi la Seddas Moddizzis entrò in crisi, anche a causa della mancanza di fondi necessari per una modernizzazione degli impianti. Una crisi che durò fino al 1936, anno della morte di Asproni, quando i famigliari decisero di vendere il tutto alla Società Monteponi. Una versione più approfondita della storia si può trovare in questa pagina. I resti della laveria di Seddas Moddizzis comprendono sia la parte vecchia (gestione Asproni) sia quella nuova, costruita sulla parte preesistente. La miniera è stata chiusa nel 1963 e da allora è stata abbandonata. L’area è recintata e l’accesso è vietato per motivi di sicurezza. Non lontano dai resti della laveria si trova quello noto come villaggio Asproni, il nucleo abitativo che ospitava abitazioni, uffici, una chiesa, la casa della famiglia Asproni e la direzione, dove l’ingegnere, in qualità di padrone assoluto, dirigeva la miniera e gestiva i problemi con gli operai, con le miniere confinanti e con l’amministrazione della vicina Gonnesa.

DOVE SI TROVA: si può raggiungere da Gonnesa, percorrendo circa 2 km di strada sterrata. Google Maps.