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Da cooperativa agricola utopica di fine 800, fino al declino, ecco la parabola di Surigheddu

Surigheddu
Surigheddu

Quella che oggi appare come una grande azienda agricola semi-abbandonata, ha in realtà una storia molto affascinante e complessa, che merita – almeno in parte – di essere riportata nel dettaglio.

La località nota come Surigheddu si trova tra Alghero e Olmedo ed è vasta centinaia di ettari, ma qui raccontiamo di un’area in particolare, quella che cento anni fa era il cuore di un progetto utopistico decisamente originale per la storia sarda.

Siamo nel 1897. Per 100mila lire la signora Maria Lipke vende la tenuta di Surigheddu alla neonata Cooperativa Agricola Italiana. Sono circa 384 ettari. L’ente è nato con lo scopo di colonizzare, bonificare e coltivare le terre italiane lasciate incolte.

Una legge recente permette di costruire delle borgate autonome che, se costituite da 50 o più persone, beneficiano di un’esenzione ventennale dalle imposte. Una legge che sarebbe stata utile qualche anno prima al sardo ma di origini genovesi Giovanni Battista Costa, marchese, deputato, nonchè ricco proprietario terrieri e primo proprietario di Surigheddu. A causa di un finanziamento non restituito il Costa – che pensava a uno sviluppo simile a quello che poi porterà avanti la Cooperativa Agricola Italiana – aveva perduto i terreni di Surigheddu che erano diventati di proprietà della banca svizzera della quale era azionista la Lipke.

Nel 1899 iniziano i lavori di recupero e ricolonizzazione. A capo di tutto c’è l’intraprendente dottor Leon Augusto Perussia, fondatore della Cooperativa Agricola Italiana. Il suo motto, pare, era “iniziativa, scienza, fede”. Tre elementi fondamentali perché anche Surigheddu abbia un futuro. Ma, come giustamente nota Enrico A. Valsecchi nel suo “Nella Nurra del Sud” (principale fonte di questo articolo), serviva anche un po’ di fortuna. E c’era anche quella, rappresentata dalla legge descritta poco fa, arrivata nel posto giusto al momento giusto.

surigheddu2Con 450 lire, pagabili a rate in 15 anni, si diventa soci della cooperativa. Si costruiscono le strade, vengono dissodati 200 ettari di terreni e innalzati i muri di recinzione. Le coltivazioni prevedono una rotazione quinquennale di orzo, grano, avena, granturco e fave. Viene predisposto l’impianto per un allevamento di bachi da seta. L’edificio principale è quello che ospita gli operai. Nella borgata non manca niente: ambulatorio medico, scuola elementare (non solo per i bambini ma anche per gli adulti, visto l’alto tasso di analfabeti), laboratori, magazzini, caseifici, officine e ovviamente anche una chiesa, dal curioso impianto circolare.

In pochi anni la cooperativa si ingrandisce, si inizia a produrre formaggio che viene esportato in tutto il mondo, anche in posti oggi impensabili come l’Africa. Nel 1900 Surigheddu viene ribattezzata Milanello Sardo, anche se tutti continueranno a chiamarla Surigheddu, nome che conserva ancora oggi.

Oggi può sembrare strano, ma uno dei problemi in quel periodo era la manodopera. La Sardegna infatti era quasi spopolata, all’epoca molti emigravano nel nord Africa, dato che in Tunisia si guadagnava fino a quattro volte in più. Inoltre ai sardi non piaceva vivere isolati in campagna: preferivano restare nei loro paesi d’origine. Ma a Surigheddu si crea appunto una comunità in cui non manca nulla e così il problema della manodopera, almeno per il momento, è risolto.

surigheddu3Insomma, va tutto a gonfie e vele. Fino al 1913, quando Perussia viene colpito da un ictus. Morirà due anni dopo, lontano dalla Sardegna e da Surigheddu. Con la sua morte Surigheddu non muore ma cambia un po’ il suo aspetto: gli operai non sono più soci, ma diventano dipendenti con contratti di mezzadria.

Un elemento fondamentale per l’espansione della borgata autonoma doveva essere il trasporto ferroviario. Nella vicina località di Mamuntanas c’era – e c’è tuttora – una piccola stazione, oltre che un’azienda agricola. Portando il treno fino a Surigheddu si sarebbe arrivati a un punto di svolta per quanto riguarda le esportazioni. Non se ne fece nulla e il punto di svolta non arrivò mai.

L’azienda è comunque in buona salute, anche se in una fase di transizione. Dopo la prima guerra mondiale a Surigheddu arrivano i pastori albanesi, abilissimi nel fare il formaggio. Dopo la seconda guerra l’azienda arriva ad avere anche 600 persone impegnate tra i campi e l’allevamento.

Come accadeva spesso anche in altre zone della Sardegna, l’azienda viene notata da un ricco industriale milanese che frequentava l’Isola durante le battute di caccia. Nel 1948 Pietro Saronio acquista Surigheddu con l’idea di darle una seconda vita e allo stesso tempo utilizzarla come sua riserva di caccia. Da qui in poi l’azienda fa parte della neonata Compagnia Agricola Italiana, con sede legale a Sassari, e viene nominato direttore il signor Mario Patta. Quest’ultimo rivoluziona Surigheddu e la fa diventare un’azienda orientata soprattutto all’allevamento.

I terreni vengono bonificati, gli edifici rimessi a nuovo, e Surigheddu diventa un modello di produttività. Nel 1956 l’azienda vince il primo premio a livello nazionale per la produttività. Seguono altri premi e altri successi. Tra il 1968 e il 1970 iniziano i lavori per il lago collinare, fondamentale per combattere i mesi di siccità. L’azienda, tra varie acquisizioni, arriva a superare i 900 ettari di estensione. Nel 1968 però muore Pietro Saronio e si riduce la figura di Patta.

Sono anni di passaggi di proprietà e confusione. Il declino si avvicina.
Surigheddu viene unita alla tenuta di Mamutanas e messa in vendita: insieme le due aziende hanno un’estensione di 1321 ettari. Il complesso viene acquistato dal principe siciliano Fugaldi. Ma i grandi lavori previsti hanno costi troppo alti: si accumulano debiti, la produzione che si ferma, seguono procedimenti giudiziari. Per Surigheddu la fine non arriva ufficialmente, ma viene lentamente abbandonata e nel 1982 è ormai considerata una semplice zona di pascolo per i pastori che portano le greggi dall’interno dell’Isola. Dal 1986 Surigheddu diventa proprietà della Regione Sardegna. Negli ultimi vent’anni sono tante le proposte di sviluppo, recupero o trasformazione dell’area, ma nulla di concreto è stato fatto. Attualmente l’ex cooperativa di Surigheddu è utilizzata da un privato come ricovero per il bestiame.

E’ facile cedere alla tentazione di vedere in Surigheddu un’utopia destinata a fallire, un progetto dal futuro mancato. Tentazione facile, per cui non cederemo. E’ più realistico pensare che le cose abbiano semplicemente un inizio e un compimento: Surigheddu ha avuto il suo quasi secolo di vita e ora semplicemente non esiste più.

(si ringrazia Anna Panti per la preziosa collaborazione)

Foto

DOVE SI TROVA: sulla SP19, tra Alghero e Olmedo. Non si può accedere. Google Maps.

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