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caseificio_albano_dsc_4660I luoghi abbandonati della periferia di Macomer raccontano ciò che resta di una piccola rivoluzione industriale

Un’intera periferia industriale abbandonata: è tutto ciò che resta del boom economico che per quasi un secolo ha lambito Macomer, le cui onde sembrano ormai essersi ritirate lasciandosi dietro un deserto di cemento. Cittadina ai piedi della catena del Marghine, per una serie di fortunate coincidenze geografiche, logistiche e climatiche non passò inosservata agli occhi dei primi imprenditori locali e stranieri protagonisti degli albori dell’era industriale sarda.

Il primo fra tutti non poteva non essere l’inglese Benjamin Piercy, che solo pochi chilometri più a nord, nell’altopiano di Campeda, aveva insediato la sua residenza e il suo principale centro produttivo agropastorale. Già punto di passaggio del collegamento stradale Sassari-Cagliari, Macomer venne infatti scelta come snodo tra la medesima e nascente linea ferroviaria e la tratta trasversale Nuoro-Bosa, per cui era stato edificato il glorioso Albergo delle Ferrovie: siamo nel 1880.

Anche i fattori atmosferici ebbero un’importanza primaria nel dare a Macomer il proverbiale momento di gloria: il suo clima mite, secco e ventoso, ideale sia per la stagionatura dei formaggi che per la lavorazione della lana. Inoltre, la presenza di un buon terreno di pascolo influiva positivamente sulla qualità del latte prodotto. Voci e informazioni si sparsero oltre il Tirreno, iniziarono i sopralluoghi e fu così che un gruppo di imprenditori provenienti da varie regioni trasformarono i cinque ettari della periferia nord del paese in una fiorente zona industriale casearia. La “rocca del nido del corvo”, questo il nome del costone, venne scelta sia per l’adiacenza alla stazione ferroviaria che per la posizione rialzata rispetto al sottostante fiume S’adde, in modo da facilitarvi gli scarichi dei rifiuti di lavorazione (cosa oggi impensabile).

Uno dopo l’altro, i protagonisti di questa piccola rivoluzione industriale, alcuni imparentati tra loro, si stabilirono in quello che lo scrittore Elio Vittorini, con l’ottimismo tipico di quegli anni, definì “l’equatore della Sardegna”. Superate le iniziali diffidenze dovute all’assenza di una visione industriale locale, Macomer ebbe un improvviso sviluppo e una rapida espansione demografica e urbanistica, con possibilità di lavoro per centinaia di abitanti del circondario. Grossi nomi come Bertolli, Locatelli, Bozzano, Galbani, Polenghi, Ambriola, Tazza, Castelli e Cannavale, alcuni noti ancora oggi, si succedettero in questo angolo del Marghine. Ai caseifici, ben undici, si aggiunsero presto impianti di produzione di tessuti, birra e calzature. Le storie oggi dimenticate di quegli anni a cavallo tra i due secoli, talora paragonabili a vere e proprie saghe familiari, non possono non affascinarci.

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Dopo Piercy, tra i primi personaggi che incontriamo spiccano Angelo e Giovanni Battista Bozzano, figli dell’armatore e commerciante ligure Davide, che già prima del 1892 inaugurarono le attività casearie nel Marghine; successivamente diedero il via ad una rete di esportazioni culminata con l’iscrizione della Società alla Camera di Commercio di New York nel 1908. Le attività proseguirono sotto la guida dei successori Luigi e Giuseppe fino al 1958, con la fusione con la Dalmasso e la Società Romana ICPA (Bertolli) che diede vita alla BDR (Bozzano-Dalmasso-Romana), attiva fino alla fine degli anni ’70.

Seguì quindi l’arrivo di Gustavo Salmon, banchiere livornese di origini ebraiche ed emigrato dall’Algeria, che nel 1895 diede vita a un caseificio con la cifra di 270.000 lire in marenghi d’oro.

 

Caseificio Albano

Venne poi il turno di Vincenzo Albano, imprenditore lucano già fautore di una importante esportazione di pecorino negli Stati Uniti, che proseguì una volta aperto lo stabilimento di Macomer, nel 1905. Il caseificio Albano non ebbe vita facile: ubicato nell’odierna via Sulis, partì da ottime premesse con la creazione di un inverosimile ma efficientissimo triangolo commerciale tra Napoli, Macomer e New York e riuscì a mantenere una fiorente attività sfidando una sfortunata alternanza di lutti familiari e crisi economiche. Nel giro di quindici, infatti, l’azienda perse prematuramente i figli Salvatore e Francesco e, infine, il suo fondatore; iniziarono inoltre le prime lotte sociali con i pastori del circondario, che accusavano gli Albano di eccessivo sfruttamento e capitalizzazione dei loro prodotti.

È il 1920: la nuora di Vincenzo, Teresa De Rosa, da quel momento nota ai locali come “la vedova”, non si perse d’animo e, pur con tre figli piccoli a carico, prese in mano le redini dell’azienda. Cinque anni più tardi, su espressa richiesta, sbarcherà a Macomer anche il cognato e imprenditore Michele Di Trani con cui darà il via alla società Albano-Di Trani. La vedova Albano, come racconta il figlio Salvatore, “non si limita ad affiancare il socio Michele Di Trani nel lavoro. Si occupa anche di opere benefiche. Fa ricostruire l’altare maggiore di San Pantaleo, provvede a fornire la parrocchia di un oratorio, si adopera in tante occasioni ad alleviare le sofferenze altrui”.

Un’altra dura prova era alle porte: la grande crisi economica americana del 1929 e la svalutazione del dollaro del 1933 limitarono notevolmente i traffici verso New York assestando un grave colpo al caseificio, che saprà comunque rimettersi in piedi e riprendere le esportazioni pochi anni più tardi. Anche il secondo conflitto mondiale lascia il segno nei rapporti commerciali con gli USA, comunque ripristinati nell’immediato dopoguerra. Ma le difficoltà non finiscono qui: nel 1947 avviene la separazione tra la Albano e la Di Trani, e fra quell’anno e il 1950 la vedova perde due dei suoi tre figli, impegnati nella gestione commerciale con gli USA. Il sogno americano si spegne e anche la De Rosa muore nel 1959: Salvatore, unico figlio superstite, riuscirà a tenere alto il nome della famiglia fino al 1979, data della chiusura e dell’abbandono del caseificio sia per anzianità che per la crescente minaccia della criminalità organizzata e dei sequestri di persona. L’ultimo direttore della gloriosa Albano si trasferì con la famiglia a Roma, non prima di essersi impegnato a ricollocare gli oltre cento ex-dipendenti presso altre aziende casearie locali.

 

Caseificio Di Trani

Dalla scissione con la Albano, nel settembre 1947 sorse il caseificio Di Trani, nell’odierna via Cavour. Il fondatore ampliò le esportazioni anche in Francia e Canada, e dopo la sua scomparsa nel 1958 il genero Ferdinando Melchiorre si occupò della gestione fino al 1980, con la chiusura per limiti di età e assenza di eredi maschi. I suoi cento operai e le moderne e sofisticate apparecchiature introdotte non furono sufficienti a salvare il caseificio dall’inesorabile abbandono. Oggi alcuni edifici del complesso sono parzialmente utilizzati come deposito.

 

Caseificio Dalmasso

Sempre su via Cavour si affaccia il caseificio Dalmasso. Fondato tra il 1937 e 1938 dall’imprenditore cagliaritano Lucrezio Dalmasso, proseguì l’attività per diversi decenni sotto la guida del figlio Ennio, fino alla fusione nella suddetta BDR e alla successiva chiusura nei tardi anni ’70. L’imponente struttura si estende per oltre 2.000 metri quadri ed è sviluppata su tre piani: nel pianterreno vi erano la sede amministrativa e il caseificio vero e proprio, mentre i due piani seminterrati, esposti a nord e riparati dalla luce solare, erano adibiti a deposito per stagionatura, come testimonia l’estesa rete di scaffali in legno ancora visibile dalle finestre.

 

Caseificio Centola

A poca distanza, lungo la ferrovia, emergono i ruderi del caseificio Centola. Anch’esso è un reduce dell’epoca, e prende il nome dal commerciante lucano Domenico Centola che lo edificò nel 1908. Anche qui non mancarono le esportazioni oltreoceano, sia pure in misura minore rispetto agli Albano con cui tuttavia venne instaurato un rapporto di stretta collaborazione. L’attività andò avanti fino al 1938, anno della morte del fondatore, dopo la quale subentrò per un decennio Giuseppe Scarpati di Meta di Sorrento. Otto anni più tardi, nel 1956, lo stabilimento smise di brillare di luce propria ed entrò sotto l’egida della società Bozzano, fino alla chiusura definitiva nel 1979.

 

Lanificio ALAS

Resta infine il complesso del lanificio ALAS, ultimo tassello del mosaico di edifici del quartiere, ma non certo secondario per importanza. Nel 1933, in pieno regime fascista, venne introdotta la lavorazione industriale dell’enorme quantità lana e dell’orbace prodotte nella zona, da sempre confinata in ambito familiare. Macomer divenne il primo centro di sperimentazione regionale “per lo sfruttamento autarchico della lana sarda”, recitano le cronache dell’epoca, con la creazione dapprima della SCAI (Società Commercializzazione per l’Artigianato Italia), e successivamente dell’ALAS (Anonima LAniera Sarda), che divenne operativa tra il 1939 e il 1940.

Forte di un grande stabilimento esteso su più livelli per un totale di 10.000 metri quadri, sempre con nucleo su via Cavour su cui è ancora visibile un’avveniristica passerella, ebbe il gravoso compito di sostenere adeguatamente le forniture di coperte e materassi per il Regio Esercito. Nonostante le ovvie difficoltà del periodo bellico, la fabbrica riuscì pienamente nell’intento, in maniera perfino paradossale rispetto allo sfacelo delle industrie sul restante territorio nazionale: i vecchi registri riportano la capacità di lavaggio di 1.800 tonnellate di lana grezza e la conseguente produzione di oltre 240.000 metri quadri di tessuto (panni, divise, coperte, abbigliamenti militari come le camicie nere), grazie all’introduzione di 28 modernissimi telai meccanici e la manodopera di 600 operai, soprattutto donne. Nel 1942 l’ALAS ricevette anche la visita ufficiale di Mussolini, mentre l’anno successivo subì danni marginali durante un bombardamento alleato.

Concluse finalmente le ostilità, l’ALAS venne parzialmente riconvertita ad uso civile e tra il 1947 e il 1950 vi furono numerose controversie dirigenziali e amministrative. Negli anni successivi l’incombente spettro dei debiti e dei licenziamenti diede il via a una lunga serie di scioperi operai, culminata con la crisi del 1957-1958 in cui, dopo dieci giorni di occupazione, la Regione decise di intervenire economicamente per salvare l’azienda. Seguirono tre decenni di alterne vicissitudini, in costante bilico tra utili e perdite, al termine dei quali lo stabilimento venne trasferito pochi chilometri più a sud, a Tossilo, e rinominato come Texal. È il 1987, e l’azienda nata dalle ceneri dell’ALAS resisterà fino al 2001.


Termina qui la nostra carrellata sulla Macomer che fu. Oggi non ci sono superstiti in attività della prima generazione di fabbriche, mentre la seconda e la terza si insediarono nelle nuove e più versatili zone industriali di Tossilo e Bonu Trau, dove tuttora sopravvivono a stento dopo aver subito i durissimi colpi della recente crisi economica e di infelici scelte amministrative.

Non si può più parlare di equatore sardo né tantomeno di “Lingotto nuragica”, com’è stato proposto nell’ultima ventata di ottimismo dei primi anni 2000, oggi lontanissima. Al momento sono in stallo anche i lavori di riqualificazione e restauro di alcuni edifici, in un surreale sovrapporsi di abbandoni di diverse epoche. Percorrendo la deserta via Cavour, più che il Lingotto o le sfavillanti luci della Grande Mela, il pensiero rievoca una piccola Detroit, con le sue fabbriche in frantumi e le sue ormai sterminate distese di rottami industriali e sociali.

Nessun passante o traffico automobilistico, finestre che sbattono, impalcature arrugginite e cigolanti, gru immobili: la decadenza si è prepotentemente impadronita di quella che era la culla dell’industria isolana. Intrufolandosi in uno stretto vicolo che conduce sull’orlo del costone, si abbandona di colpo la città e ci si ritrova sul retro degli edifici ormai invasi da edere e rovi, simili a una barocca e bizzarra fortezza. Osserviamo per un attimo la SS131 che, dall’altra parte della valle, ha preso il largo da Macomer e fa scorrere indifferente il suo traffico. Ci dirigiamo di nuovo verso la rocca dove i corvi e soprattutto i piccioni sono tornati a fare il nido e a razzolare tra corpi e macerie, come nel più classico dei campi di battaglia.

Dove si trova: nella periferia nord di Macomer, lungo via Sulis, via Cavour e corso Umberto I. Google Maps

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