Minerali e pizza per le masse
La miniera su Suergiu la intravedi percorrendo la Provinciale 6 che da Armungia si srotola verso la Provinciale 27, strada che congiunge il paese di Villasalto a San Niccolò Gerrei. Da lontano si scorgono dei fabbricati lungo il pendio che assumono la forma di un piccolo borgo e poco più a valle altre strutture meno riconoscibili immerse nella vegetazione.
Siamo nel Gerrei, sud-est della Sardegna, una zona montuosa e ricca di vegetazione che a noi oristanesi, sardi, italiani, mediterranei, europei, umani, appare lontana e forse persino poco interessante. Infatti raramente si sente nominare il Gerrei, spesso si parla di questioni che riguardano Gallure, supramonti vari e barbagie, Sulcis e persino Nurre, ma mai del Gerrei. Perché? Eppure nel Gerrei si trova il paese di Armungia, che ha dato i natali e visto crescere Emilio Lussu. Forse non basta per paragonarlo alla sfavillante Costa Smeralda, ma noi sappiamo bene che un solo Emilio Lussu vale più di mille lussuose villette sul mare e questo ci basta per onorare il Gerrei. E infatti eravamo qui proprio per visitare il museo Emilio e Joyce Lussu. Ed è sulla strada del ritorno che abbiamo casualmente notato il complesso minerario.
Ci avviciniamo incuriositi, ignorando totalmente l’esistenza della miniera. Il borgo è restaurato, curato e in qualche modo attivo: è costituito dalle abitazioni di impiegati e tecnici, magazzini, laboratorio chimico, spaccio aziendale e palazzina della direzione, che oggi ospita un museo minerario. C’è anche una cappella dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori. Dopo una breve passeggiata tra le strutture del villaggio decidiamo di scendere verso i ruderi minerari, che si scorgono facilmente dai terrazzamenti del villaggio.
La miniera di Su Suergiu nasce a metà dell’Ottocento e conosce un buon periodo di attività sino ai primi decenni del Novecento. Il materiale estratto era principalmente l’antimonio e veniva lavorato nella fonderia, che costituisce parte importante dei ruderi attuali. Dalla fonderia, nel periodo della prima guerra mondiale si ricavava l’80% del patrimonio antimonifero italiano.
Ma queste sono informazioni di cui non disponiamo mentre girovaghiamo con circospezione tra i ruderi, così come non siamo a conoscenza dell’innovativo “forno a muffola” inventato dal lungimirante direttore Arcangelo Bernardini grazie al quale si aumentò notevolmente la produzione mineraria di questa miniera nei primi decenni del Novecento.
Antimonio, forno a muffola, coltivazione nei livelli Malakoff, ossido bianco, solfuro liquato e solfuro nero ventilato, regolo Antimonio Stella e mineral black; è stressante raccogliere informazioni tecniche sull’industria mineraria, che appare labirintica, sofisticata e inafferrabile a noi inesperti poveri gigli di campo, figli del consumismo capaci solo di comprare saponette profumate e gel disinfettante non appena ci sporchiamo le mani di terra. Il forno a muffola ci fa pensare a su coccoi, su civraxiu, ai pop corn, al maialetto, e invece era un forno che raggiungeva temperature elevatissime permettendo di ottenere un ossido di antimonio purissimo, un’invenzione per la quale il Bernardini ottenne riconoscimenti e premi. Ogni giorno godiamo delle qualità dei minerali ma ignoriamo totalmente di quanto ci si sporcasse la faccia, le mani e il torso a lavorare nell’oscurità delle gallerie minerarie, non sappiamo niente del fracasso proveniente dai macchinari solidi e possenti che servivano per estrarre e lavorare i minerali, non sappiamo se e quanto i minatori urlassero per farsi sentire tra di loro, per protestare, per sfogare il dolore o per chiedere una sigaretta ai colleghi. E non sappiamo nulle nemmeno delle miniere di oggi. Dove si trovano, Chi ci lavora? E quanto si sporcano i minatori di oggi, quanto devono urlare? O forse nelle miniere moderne l’estrazione è affidata a sofisticati robot e macchinari? Siamo molto lontani da quel passato, e da questo presente e conosciamo più nomi di pizze che nomi di minerali.
La visita imprevista alla miniera di Su Suergiu è breve e difficoltosa, la vegetazione ci permette di entrare solo nella prima delle strutture e girovagare circospetti su quello che era il piazzale della miniera, dove tra l’erba alta e grossi cespugli di cisto sono ancora presenti grossi rottami di vecchi macchinari e due possenti tubi di ferro che potrebbero ospitare siluri ipersonici degni dell’impero russo. Inoltre è tardi, perciò decidiamo di metterci al sicuro e tornare alla vetturetta. Dobbiamo macinare molti chilometri per rientrare a casa e goderci la nostra bella pizza consumista della domenica sera.
Dove si trova: qualche chilometro a nord-ovest di Villasalto (SU/CA), imboccando l’intuitiva via Miniera. Google Maps.
















