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Incontri tra le scogliere e il cimitero di Carloforte, dove “un suono di campana, e tutto è finito”.

Ernst Junger veniva qui a farsi il bagno nudo. Nicolo (l’accento è sulla i) indica un’insenatura della scogliera. Guardiamo giù. Per un attimo ci ritroviamo a pensare al corpo nudo e grinzoso dell’anziano scrittore che galleggia in un’ansa della scogliera del Bue Marino, a sud dell’isola di San Pietro.

Ha sentito il bisogno di darmi questa informazione, come fosse imprescindibile, quasi a qualificare il luogo con un sotto-testo del tipo “anche se sei un filosofo, un nazista redento, uno scrittore di fama internazionale, qui puoi comunque trovare un posto in cui farti tranquillamente gli affaracci tuoi”, «capito?».

«Capito?» Nicolo lo ripete spesso alla fine della frase, ma non si aspetta una risposta. È un geologo, ha fatto il giornalista e il professore all’istituto Nautico di Carloforte, è abituato così. La sua Seicento bianca è parcheggiata poco lontano, quasi a ridosso del baratro sul mare. Ce l’ha trascinata facendola ruggire sugli avvallamenti del golfo della Mezzaluna, ma dice che ha paura a portarla in superstrada: «Se è calda non mi accorgo e tocca i centocinquanta senza forzare, te lo giuro».

Nicolo dice che non esiste altrove un posto come questo – i lineamenti rotondi del viso gli mettono il sorriso agli occhi anche quando è serio. Come il golfo? Chiedo io. Sì. E aggiunge che non esiste un posto come l’isola, in generale, perché è un altrove della Sardegna, della sua cultura, della sua storia.

Qui non ci sono pastori e pecore ma naviganti che guadagnano bene, pescatori di cui non si può dir lo stesso, tonni che fanno guadagnare ma non troppo, almeno non come un tempo. E non si parla sardo e le case risalgono la collina, colorate e strette come in Liguria, da cui viene anche la parlata della gente. E qui si è formata la tradizione peschereccia che ora sta in tutta la Sardegna costiera.

Qui era il porto più importante, più importante di Cagliari, centro di gravità degli scambi commerciali nel Mediterraneo. Qui si faceva il sale, si distribuiva tutto il minerale del Sulcis, si parlava di socialismo e si facevano scioperi quando in Sardegna ancora non si sapeva nemmeno cosa fosse il socialismo e cosa fosse uno sciopero. Qui le donne erano impresarie e proprietarie di barche quando altrove non erano proprietarie nemmeno di loro stesse. C’è poi un insetto endemico, fa. Un insetto? Chiedo. Sì, una specie di cimice blu che si chiama Saphyrina e che non puoi trovare da nessun’altra parte al mondo.

Nicolo l’ha cercata per anni, invano. Poi, così come nascono e muoiono tutte le cose, una mattina lo chiama uno studente e gli dice di averla trovata. Ce n’era più d’una in realtà. Così rotola da casa alla Seicento bianca, agitato come un bambino, per raggiungerlo. Nemmeno Junger riuscì mai a vederlo, che era entomologo e sull’isola arrivò proprio per quell’insetto, «capito?».

Foto di Nicolo Capriata

Per un po’ restiamo zitti a guardare il mare, senza imbarazzo. Il cielo è nuvolo, la scogliera rossa e fradicia. Sale il tonfo delle onde nelle insenature. Poi Nicolo dice: «Funzionasse la metempsicosi, vorrei rinascere sull’isola».

Torniamo verso la Seicento e conveniamo che per conoscere meglio Carloforte sia importante fare un salto al cimitero. L’isola conta circa seimila abitanti, altrettanti sono sparsi altrove. È verosimile che, ad oggi, lo stesso numero sia passato per il camposanto, in 280 anni di storia.
Il cimitero si trova poco lontano dal centro abitato, oltre la salina e i vecchi cantieri navali, poco lontano dall’osservatorio astronomico.

In auto Nicolo alleggerisce il carico di informazioni storiche sull’isola accennando ai personaggi famosi che vengono qui a trovare un po’ di pace. Affittano per qualche settimana le case in campagna o sulla costa, noleggiano una barchetta con cui girare qua e là e se ne stanno tranquilli nel silenzio dell’isola e nella discrezione dei carlofortini. Cita Giletti, Prodi e qualche giornalista, arrivato forse in cerca di qualcosa che si nasconde nel nulla apparente. Non accenna a Sergio Atzeni.

Il cagliaritano scrisse che tutti i luoghi meritano di essere raccontati, soprattutto i più defilati, quelli dove in apparenza non c’è proprio niente da raccontare. Guspini, Arbus, Carbonia, citava come esempio. Scrisse anche che tutte le vite meritano di essere trasmesse, e intendeva le più anonime – che poi finiscono per essere le più emblematiche. Anche lui frequentava queste coste. Un giorno di settembre del ’95, poco lontano da dove ci troviamo ora, dalla Seicento bianca, da dove Junger si faceva il bagno nudo, morì nel mare che sbatteva contro la scogliera.

Fuori dal cimitero pini marittimi, qualche cipresso e le sue bacche a terra, un gazebo a tende bianche che vende fiori – chiuso. Scavalchiamo due gatti pigri all’ingresso ed entriamo. Nicolo parla di un suo progetto fotografico in cui immortala piccole scene quotidiane all’interno del camposanto. Una donna che lucida la lapide, una che si china a togliere un fiore secco.

All’interno troviamo Cesarone, il custode. Berretta, occhiali, barba densa e sfumature di grigio, una sciarpa al collo stretta come un cappio. I due prendono a discutere in tabarchino. Dal tono, Cesarone si lamenta. Ce l’ha con tutto il paese e con nessuno, perché nessuno in tutto il paese sembra fregarsene di valorizzare passato di Carloforte, di recuperare le tracce della storia che a lui sembrano abbandonate. Dammi una mano Nicolo, dice.

C’è questa lapide che commemora un gruppo di galanzieri, i marinai che trasportavano il minerale dalle miniere del Sulcis ai magazzini di Carloforte. Morirono nel 1895 sotto il crollo di una parete contro cui era appoggiato del minerale. Al tempo era stata fatta una colletta per organizzare il funerale. Cesarone si lamenta che oggi non si riesce a piazzare anche solo una targa che spieghi e ricordi il fatto. «È la nostra storia, nel nostro piccolo. Anche se è banale, è una fetta della nostra storia» dice, questa volta in italiano.

Più in là c’è un sepolcro con delle guglie e lo stemma della massoneria. Famiglia Armeni. Gran parte delle tombe in giro sono in marmo nero, nelle fotografie tanti si sono fatti riprendere su una barca o in un momento di vita quotidiana. Gli unici interrati in tutto il cimitero sono dei marinai inglesi.

Giacciono in un rettangolo di ghiaia ed erba secca, lapidi bianche, nei vasi fiori finti o veri ma ormai fossili. Nel 1918 si trovavano a bordo di due rimorchiatori che ripararono nel porto di Carloforte. Le navi furono colpite e affondate dal fuoco di un sommergibile tedesco. I colpi uccisero anche due donne del paese, in una casa affacciata sul porto: Giuseppina Nanni, maestra di 29 anni che alloggiava presso Mariangela Novella, affittacamere di 59 anni.

Qua e là tra le tombe spuntano piccoli cantieri aperti, montacarichi, mattoni in argilla, lapidi con scotch e cellophane, costanti nei cimiteri che l’occhio spesso tende a escludere. Guarda, dice Nicolo. Legge un’epigrafe: «Qui riposano l’avvocato Paolo Segni, morto cristianamente il 7 settembre 1909, e le sue dilette figliole Giuseppina e Carolina».

Nicolo racconta che tra quelle famiglie genovesi che poco meno di trecento anni fa vennero a popolare l’isola di San Pietro c’era anche la famiglia Segni.

«Forse conosci Antonio Segni, il presidente» dice. «Ecco, questo qui era suo nonno». Sciù Paulin, come lo chiamano da queste parti, fu sindaco nel ventennio tra il 1875 e il ’95. Un despota, un filibustiere, uno che è riuscito a fare i propri interessi facendo però anche quelli degli altri – dice Nicolo. E aggiunge che non è mai riuscito a spiegarsi il motivo per cui, in quel ventennio, ci siano stati due anni in cui Sciù Paulin non fu in carica. Due soli, semplici anni.

Pare un dettaglio di scarso interesse. Probabilmente lo è. Ma da come Nicolo guarda nel vuoto mentre lo dice s’intuiscono le ore passate a consultare archivi e documenti, ad arrovellarsi su un dettaglio di scarso interesse. Certo, non per lui.

Fatto sta che anche il nonno del presidente della Repubblica ci ha messo poco a morire. «Sai come si dice qui da noi?» interviene Cesarone, Un ciòccu de campaña, e l’è tüttu lestu: un suono di campana, e tutto è finito.

parole e foto di Mirco Roncoroni


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