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La storia della pietra ballerina. Nel 1800 era una delle attrazioni più curiose della Sardegna. Ma poi ha smesso di ballare. E oggi non esiste più.

Così erano i turisti un tempo. Questa è la più famosa caricatura di Alberto La Marmora

Nel 1800 il turismo come lo intendiamo oggi era ancora molto lontano. Ad esempio non era possibile farsi i selfie in spiaggia, o quasi: nel 1839 l’americano Robert Cornelius scattò quello che è considerato il primo autoritratto fotografico della storia (non in spiaggia). Il turismo di massa però non esisteva ancora: la stessa parola “turista” non era ancora stata usata. C’erano i viaggiatori, italiani e stranieri. E in tanti, a partire dal “Voyage en Sardaigne” di Alberto della Marmora del 1826 ma soprattutto dopo, nella seconda metà del secolo, hanno visitato la Sardegna per poi descriverla nei resoconti di viaggio.

Sono tutti scritti interessanti e in qualche modo curiosi. Non c’erano Instagram, hashtag e selfie da fare in Costa Smeralda (dopotutto non c’era neanche la Costa Smeralda, inventata solo nel 1962 dal principe Aga Khan); ma l’approccio di questi viaggiatori non era poi così diverso da quello dei turisti di oggi. Andavano alla ricerca di qualcosa di esotico da vedere per poi raccontarlo ad amici e lettori. Monumenti, stranezze e meraviglie di vario genere. Lo sguardo era quello romantico ottocentesco che guardava all’isola come un mondo arcaico e lontano, misterioso e suggestivo, fatto di natura incontaminata, strane usanze, buoni selvaggi e belle donne, come vedremo.

Il problema è che in alcune parti dell’isola, natura e donne a parte, non c’era molto da vedere. Andare a Nuoro non era come andare a Firenze, dove si poteva passare un intero mese a visitare palazzi, ammirare statue, chiese e dipinti fino ad averne a noia.

Eppure anche la città barbaricina aveva una sua stramba attrazione visitata e raccontata da molti di questi viaggiatori e turisti ante litteram. Era una pietra, che si trovava appena fuori dalla città, in aperta campagna.

No, non è questa. Questa è la pietra che dà il benvenuto in Costa Smeralda.

Oggi, dopo oltre mezzo secolo di turismo di massa, la pietra più fotografata dell’isola è probabilmente quella con la scritta Costa Smeralda, pausa turistica obbligatoria per una delle più classiche foto ricordo (le pietre in realtà sono due, ma la più fotografata pare sia quella in zona Portisco). Qualche anno fa venne meravigliosamente vandalizzata: un anonimo cancellò la parola “Smeralda” e aggiunse “troppo”, per cui il risultato divenne un ironico “Costa troppo”.

Altre pietre famose e tappe obbligate di ogni itinerario turistico che si rispetti sono la roccia dell’elefante, la roccia dell’orso e la roccia della tartaruga, decapitata e sfregiata più volte, giusto per citare le più note. In tempi più recenti sono diventate delle attrazioni anche le pietre sonore dello scultore Pinuccio Sciola, sparse in tutta l’isola ed esposte in tutto il mondo, a metà tra monumenti, opere d’arte e strumenti musicali.

Ma nessuna di queste pietre assomiglia alla “vera meraviglia di Nuoro”, come veniva definita, ovvero sa perda ballarina.

Non era una pietra che suona, come quelle di Sciola, ma una pietra che “balla”. Come racconta Cronache Nuoresi, molti dei più famosi viaggiatori dell’epoca dedicarono qualche riga a quella che veniva considerata come “la cosa più singolare di Nuoro”, anche perché era una delle poche, se non l’unica, attrazioni della zona.

Cartolina di Nuoro dei primi del ‘900. In realtà pare fosse il sindaco di Oniferi, se ne parla meglio qui

Un esempio è il reportage del 1882 di tale L. Agabiti sul periodico l’Illustrazione Italiana. Quando il giornalista visita Nuoro la città ha circa 5700 abitanti. Agabiti descrive prima gli uomini: “[…] bruni, barbuti, fieri, con l’occhio nero ombreggiato da fittissime ciglia, taciturni”, sempre a cavallo, armati di fucile e coltello.

Poi passa alle donne, e diventa più lirico: “[…] belle della solita melanconica bellezza meridionale, sono di maniere gentili, affabili, buone e provocanti parecchio, quando saettano con que’loro occhioni certi sguardi uncinati, causa di subiti pericolosi incendi”.

Incendi smorzati – spiega Agabiti – dalla presenza dei maschi armati, sempre pronti a “segai sa conca” (tagliare la testa), oppure “abbrutiti dal vizio dell’acquavite, chiamata abba ardente” che i nuoresi “tracannano, cioncano e fanno scomparire i bicchieri come fosse acqua pura”.

Donna a Nuoro, in corso Garibaldi, negli ultimi anni dell’800. Fonte: Sardegna DigitalLibrary.

Fin qui siamo nella più classica delle rappresentazioni ottocentesche delle popolazioni dell’interno dell’isola. Gli uomini fieri, ombrosi e cattivi, con la bottiglia in una mano e il coltello nell’altra, pronti a difendere le donne belle e misteriose.

Solo qualche anno dopo, una poco più che ventenne Grazia Deledda dava una descrizione un po’ diversa della sua città. Scriveva nel 1896 il futuro premio Nobel a proposito di Nuoro:

“È il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni. È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola”. 

Ma torniamo al viaggio di Agabiti e alla pietra ballerina. Il giornalista indugia parecchio sulla descrizione delle donne nuoresi e dei loro vestiti. Dedica poi giusto mezza riga alla cattedrale, alle famose carceri nuoresi, a due “nuraghi, avanzo di tempi preistorici” (altre pietre che sarebbero diventate grandi attrazioni turistiche), fino ad arrivare all’attrazione che lo colpisce di più.

“[…] la pietra ballerina, un monolite di granito, rimarchevole […] per la sua forma bizzarra originalissima. Poggia su d’un petrone enorme esso pure, ma con un solo ristrettissimo punto sporgente nella sua parte inferiore, overo dovrebbe essere la base, per la quale cosa essendo rimasto in bilico, un uomo con un po’ di sforzo può farlo dondolare”.

Questo il suo disegno:

La pietra ballerina disegnata da L. Agabiti, da “L’illustrazione italiana” – n. 5 (1882)

Si trattava di un grosso masso di granito, dalla circonferenza di oltre 14 metri, in equilibrio su una roccia, che poggiava “sul suolo come poggia una mandorla sul piatto, in uno stato di equilibrio stabile sì, ma che con poco sforzo si riesce a turbare”, secondo un’altra descrizione.

Qualcuno diceva che bastava il tocco di un bambino per farla ballare, o addirittura il soffio del vento.

In effetti, secondo la leggenda, sa perda ballarina era stata una giovane donna punita da Dio per aver ballato durante il periodo della Quaresima. Trasformata per punizione in una pietra ora poteva ballare solo quando soffiava il vento, o quando qualcuno le dava una spinta.

Nella tradizione sarda la pietrificazione divina è un tema ricorrente. Si contano decine di racconti ispirati a rocce vagamente antropomorfe, trasformate dalla fervida immaginazione popolare in donne che impastano la farina, giganti, coppie di anziani coniugi: tutti congelati nella loro quotidianità, colpiti da un’eterna, terribile punizione, tramutati in pietra principalmente per avarizia ed egoismo, ma anche per aver offeso gli dei o i santi, spesso travestiti da mendicanti. Nella notte dei tempi anche sa perda ballarina aveva colpito la fantasia dei nuoresi, costituendo forse l’esempio più conosciuto ed emblematico di questa leggenda.

La pietra era un’attrazione già da diversi decenni. Proprio Alberto La Marmora, l’autore del celebre Viaggio in Sardegna, la disegnò così nel 1868:

Sa Preda ballarina disegnata da Alberto La Marmora

Anche il viaggiatore Felix Despine nel 1858 ne parlava nel suo diario di viaggio: “[la pietra ballerina] oscilla in continuazione ma con molta lentezza, a volte prende un movimento più rapido, rimane in bilico per qualche tempo e poi torna nella posizione di riposo”.

Carlo Corbetta, nel 1877 notava come la pietra fosse “solcata da scanalature prodotte dall’acqua piovana, il che indica certamente il lungo lasso di tempo che esiste in quel luogo”, per poi lanciarsi in varie ipotesi sull’origine della pietra, salvo ricordare che “conviene però andare guardinghi nello avanzar congetture, e non lasciar troppo correre l’immaginazione” (a proposito di immaginazione, anche lui resta molto colpito dalle donne di Nuoro e dai loro vestiti). Dunque la pietra era lì da moltissimo tempo, e probabilmente da molto tempo era in quella strana situazione di equilibrio.

Ma non avrebbe ballato per sempre. La Marmora l’aveva previsto, scrivendo che “questa mobilità non durerà sempre, perchè al minimo sconcerto che accadrà nel perno naturale di questo masso, basterà a farlo rientrare nella sua immobilità primitiva”.

In effetti qualche anno dopo i resoconti dei viaggiatori iniziano a cambiare. Sa perda ballarina è ancora un’attrazione e i viaggiatori vanno a visitarla, ma verso la fine dell’Ottocento non balla più.

Nel 1892 Antonio Nani scrive: “Ora non si muove più, che certo col tempo si sarà spostato o roso il perno sul quale si manteneva in equilibrio”. E nel 1895 il giornalista e scrittore sassarese Enrico Costa ipotizza ironicamente che la pietra ballerina abbia smesso di ballare “perché disgustata dai mille tormentatori che le ponevano le mani addosso”, a testimonianza che il masso attraeva tutti, abitanti di Nuoro e viaggiatori.

Sempre Costa aveva citato la pietra in un sonetto del 1882 dedicato a Nuoro, dove la descrizione della città non si allontana troppo da quella di Agabiti e di tutti gli altri viaggiatori del periodo, come possiamo leggere da questo stralcio:

Ha vini che stramazzano un beone,
Ed uomini più forti assai del vino;
A lei donò il Governo una Prigione
E la natura un sasso ballerino.
Amor fornì le donne d’un corsetto,
Che chiuder finge, e provoca all’uscita
I due tesori del ricolmo petto

Uomini forti, vino, la prigione, la pietra ballerina e donne attraenti: questa era Nuoro vista dagli occhi (maschili) dei viaggiatori ottocenteschi. Il sonetto, come raccontò Costa in persona, venne parecchio criticato, attirando sullo scrittore “un mondo di chiacchiere, di malumori e di fastidi” a dimostrare che certe polemiche su come si rappresenti l’isola e i suoi abitanti sono molto antiche.

Una giovane Grazia Deledda

Qualche anno dopo Pietro Nurra, nel suo libro “Nella Barbagia settentrionale. Impressioni di viaggio” del 1896, è in visita a Nuoro. Dapprima anche lui si lancia nella solita celebrazione delle nuoresi, parlando di “splendide fanciulle dal petto superbo, dagli occhi nerissimi, scintillanti che vi mettono un brivido nel sangue”. E domandando addirittura: “Cosa siete voi pallide e delicate bellezze cittadine, miseri fiori di serra, a petto di quelle fiorenti donne dalle carni marmoree, piante rigogliose sbocciate alla cruda aria dei monti?”

Poi, poco più avanti, incontra una 22enne Grazia Deledda, con la quale intratteneva già da tempo una corrispondenza epistolare. Questa la descrizione della giovane Deledda fatta da Pietro Nurra: “Di statura piuttosto bassa, ben fatta, ha due occhi neri ed un’aria modesta e pensosa di giovinetta savia e casalinga. Parla poco e così, alla buona, senza pretensioni, ma espone concetti suoi propri, che rivelano la sua intelligenza artistica ed il suo continuo studio di perfezionarsi”.

Infine Nurra decide di andarsene, dato che “nulla vi era di notevole da vedere nella città e nei dintorni”. E aggiunge: “La pedra ballerina non balla più”

E così sarà: la pietra smise di ballare.

Ma per molto tempo resta comunque un’attrazione curiosa, l’unica di Nuoro, tanto che Max Leopold Wagner – etnologo famoso come studioso della linguistica sarda – la fotografa nei primi anni del ‘900, quando la pietra ha ormai smesso di ballare da parecchi anni.

La pietra ballerina fotografata da Wagner Max Leopold (1904 o 1905) – da Sardegna DigitalLibrary

Più o meno nello stesso periodo la pietra viene fotografata anche da Sebastiano Guiso, storico fotografo nuorese, “un pioniere nel tempo in cui Nuoro era ancora poco più di un villaggio” si legge in un articolo. In effetti nella cartolina realizzata da Guiso, dietro la pietra ballerina vediamo la città – in particolare la cattedrale – e intuiamo che all’epoca era praticamente campagna, ma anche che la pietra era ancora una delle attrazioni principali.

La pietra ballerina in una cartolina realizzata da Sebastiano Guiso, anni ’20 – fonte: Wikipedia

Ma dov’è oggi la pietra ballerina? La risposta è semplice: non esiste più.

La posizione è più o meno quella dell’odierna piazza Veneto, nella zona tra via Liguria e via Piemonte. Sulla mappa vediamo palazzi, vie, negozi, scuole, campi sportivi. Il paesaggio è completamente cambiato e della pietra non c’è nessuna traccia.

Nelle foto aeree degli anni ‘40 del Novecento la stessa zona appare come campagna. La pietra ballerina esisteva ancora, e forse è là, da qualche parte, tra quelle macchie chiare e scure.

La zona dell’odierna piazza Veneto a Nuoro dalle foto aeree degli anni ’40 – da Sardegna Geoportale

Secondo quanto riportato da La Nuova Sardegna, intorno agli anni ‘60 del Novecento, un gruppo di persone tentò in tutti i modi di far oscillare la pietra con la forza, “rompendo definitivamente quell’equilibrio millenario che la natura aveva creato”.

Solo che la pietra ballerina non voleva più ballare, e così “il monolito di conseguenza cadde rovinosamente a terra, finendo in seguito scalpellinato sotto forma di blocchi per costruzione edile”. Fine della storia.

Una sorte simile a quella toccata da un’altra pietra ballerina, l’argentina Piedra Movediza di Tandil, un grosso masso oscillante in equilibrio su un precipizio. Anche quella era diventata un’attrazione turistica. Poi un giorno, il 29 febbraio del 1912, cadde a valle – senza intervento umano, pare – e si frantumò, scomparendo definitivamente. Nel 2005 si è deciso di rimpiazzare la vecchia pietra con una nuova, una copia. Scelta discussa, ma motivata in parte dall’afflusso di turisti che portava a visitare l’attrazione di Tandil.

La Piedra Movediza di Tandil

Senza andare troppo lontano, un’altra pietra simile è la pietra oscillante di Aggius, conosciuta come lu tamburu mannu.

Un’altra storia legata alla pietra ballerina riguarda invece un misterioso eremita.

Pare infatti che a fine Ottocento nella zona dove si trovava sa perda ballarina vivesse isolato un personaggio conosciuto come Ziu Borore Bardile. Emarginato dal resto della città si nutriva di cavalli e asini morti, che spolpava anche in stato di putrefazione, dieta bizzarra che ovviamente lo rese popolare nella zona.

Curiosamente nessuno dei viaggiatori citati sopra ne parla, ma pare che quando Ziu Borore morì, nel 1890, divenne noto tra i medici dell’epoca proprio per la sua dieta discutibile ma che oggi, chissà, potrebbe anche fare proseliti. La citazione più famosa che lo riguarda è una poesia di Salvatore Rubeddu, “La Resurrezione di Bobore Bardile”.


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