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Questo abbandono po esse fero o po esse piuma.

La zona industriale di Porto Torres, grande più della stessa città, ospita lo scheletro di un gigante. Qui, davanti ai cancelli di ciò che resta della petrolchimica, si decompone la Ferriera Sarda, enorme carcassa considerata dai giornali non solo a rischio, ma ad alto rischio amianto.

Nata nel 1961 per la produzione di tondini in ferro, sopravvisse fra contributi pubblici e inesperienza fino a mandare a casa i suoi 300 operai nel 1979: quasi quarant’anni d’irreperibilità, tanto da far prospettare ad alcuni la sua confisca.

Un immenso spazio vuoto che solo la fantasia può occupare: come l’esercitazione Turris ’99 con Protezione Civile e IX Battaglione dei Carabinieri per fermare una nube gassosa di cloro-soda. I suoi spazi in disfacimento sono ora colonizzati dalla caratteristica presenza degli alberi di fico.

Nulla però in confronto alla più invasiva delle specie: i progetti di recupero. Queste montagne di carta hanno già scritto che l’ex-fabbrica diventerà: polo della nautica, centro artigianale integrato, polo manifatturiero, centro di ristoro, sala esposizione, ufficio, centro per la formazione professionale, baby parking, centro polivalente, laboratorio artigiano, ristorante, albergo, locale commerciale e persino cinema.

Ma forse siamo noi ad essere entrati e aver visto solo il triste film della realtà, quando si proiettavano le mille diverse vite della Ferriera Sarda negli infiniti universi paralleli.

Dove si trova: all’incrocio fra via Fratelli Vivaldi e via Marco Polo nella zona industriale di Porto Torres (SS). Edificio pericolante, accesso sconsigliato. Google Maps.

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