Nei meandri di ciò che resta di uno dei più grossi manicomi sardi, dove un letto e una flebo aspettano ancora qualcuno

Studenti universitari che corrono affannati, coppiette che passeggiano, un campetto sportivo, aree di esercizio, perfino un percorso salute sponsorizzato dalla scomparsa fondazione Kraft: questo è oggi il parco di Rizzeddu. Tra alberi e siepi di questo piccolo polmone verde che ispira serenità e pace interiore fanno capolino uffici sanitari allineati quasi militarmente, una chiesa, un serbatoio idrico e un eliporto. In un angolo più tranquillo, vanno a dormire le Panda bianche dell’ASL.

Abbandonando per un attimo i viottoli più battuti ci si accorge subito che qualcosa non va come dovrebbe. Le inquietanti opere d’arte, realizzate dall’ultima comunità assistita, sembrano nate per essere abbandonate. La prima avvisaglia è la lugubre presenza del complesso della Patologia Forense, poco oltre l’ingresso del parco. Proseguendo oltre, è sufficiente aprire una porta fatiscente per passare dal regno dei vivi e dei sani a quello dei morti, e ritrovarsi nei meandri di ciò che resta di uno dei più grossi ospedali psichiatrici sardi.

La sua storia risale a poco più di un secolo fa: spinto dalla “impellente necessità” di accogliere il gran numero di malati psichiatrici fino ad allora ricoverati negli ospedali civili, nel 1897 il Consiglio Provinciale sassarese acquistò un terreno di sette ettari in località Rizzeddu. Nel 1904 venne inaugurato l’omonimo complesso sanitario in grado di assistere i degenti secondo le indicazioni e le direttive della nascente moderna psichiatria.

Come tutti gli ospedali di questo tipo, anche sul manicomio sassarese gravarono luci ed ombre. Da sempre la complessità dell’infermità mentale è oggetto di polemiche sulle implicazioni etiche e terapeutiche: detrattori che criticavano pratiche quali ricoveri coatti, sedazioni, elettroshock e privazioni delle libertà individuali contrapposti a sostenitori più o meno entusiasti e fautori della necessità di tali provvedimenti. E ancora oggi non si placa l’annosa diatriba sulla Legge Basaglia del 1978. Lungi da noi profani giudicare le attività dei vecchi manicomi: sicuramente vi furono anche numerose guarigioni e reinserimenti sociali, come testimonia chi vi ha prestato servizio.

Nel periodo di maggiore affluenza verso la fine degli anni ’50 Rizzeddu arrivò ad ospitare ben 1.200 malati. Erano suddivisi in “tranquilli, agitati e sudici”, classificazione che cadrà poi in disuso. L’attività proseguì fino al 1998, anno della chiusura per gli effetti a lungo termine della Legge Basaglia. Tutto intorno il complesso ha subito un assedio istituzionale, venendo mutilato per costruire il viale Turati, due licei fra cui il glorioso Spano, l’unico cinema della città, una compagnia teatrale, la caserma dei Carabinieri, la nuova sede dell’INPS e persino l’incubatore universitario. Quasi tutti i 13 padiglioni sono stati oggi riconvertiti a dipartimenti sanitari e ambulatori.

Se la maggior parte di essi è risorta a nuova vita, il padiglione maschile è rimasto uno dei pochi testimoni del passato: il cortile è un’intricata selva di rovi che nasconde panchine e ringhiere, le facciate si sgretolano e le persiane chiuse permettono solo a rari spiragli di luce di penetrare all’interno.

Esplorando l’edificio si è assaliti da un irrazionale ma opprimente senso di tensione e inquietudine. Favorita dall’oscurità, la sofferenza che abitava questo luogo sembra ancora serpeggiare tra le pareti: per scacciarla via non bastano né gli allegri motivi floreali né le scontate scritte sui muri inneggianti all’inversione di ruoli tra sani di mente e “matti”. Un silenzio lacerante rotto solo dai nostri passi rimbomba nei corridoi bui, mentre al piano superiore un letto e una flebo attendono ancora qualcuno.

Decisamente molto più che un’atmosfera manierata da film horror: questo angolo abbandonato è diventato la materializzazione di tutti i nostri incubi e paure, di oscurità, solitudine, follia e morte. Il tutto simbolicamente circondato da un muro che lo isola e lo nasconde dal mondo esterno di benessere e sanità fisica e mentale: un muro attraverso cui basta varcare con facilità la soglia per sprofondare nell’abisso.

Dove si trova: a Sassari nell’omonima via Rizzeddu. Google maps

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