CONDIVIDI

Una tenuta abbandonata un tempo dimora di una baronessa. Ma tra le rovine avvolte dalla vegetazione si nasconde la storia di una storica rivolta dei contadini

La SS126 è una strada stretta e lunga, un bel rettilineo che attraversa la pianura tra San Nicolò d’Arcidano a Guspini tra campi e piccole aziende. A un certo punto, nella zona nota come Sa Zeppara, si notano in lontananza i resti di una grossa costruzione. Un viale abbandonato arriva a quello che sembra qualcosa di più del solito casale di campagna.

L’ex tenuta Rossi in zona Sa Zeppara. Vai alle foto

Questa grossa costruzione oggi in rovina ha una storia interessante da raccontare. È il dominario di Sa Zeppara, una grande tenuta appartenuta alla baronessa Luigia Serra Rossi. Qui c’erano i suoi possedimenti, circa mille ettari di terreno. E qui c’è stata una storica rivolta contadina. Oltre agli appartamenti per la signora e per i suoi ospiti che arrivavano dalla città, cioè la parte più simile a una vera e propria villa, qui c’era un grossa fattoria, con le case dei braccianti e dei coloni, i magazzini, le stalle, una minuscola chiesetta successivamente adibita a granaio e oggi più simile a una piccionaia, e perfino un’aula scolastica.

Il primo maestro fu un fattore della Baronessa che svolse lezioni nei locali di residenza sino al 1963, anno in cui venne inaugurata la scuola elementare nel vicino villaggio di Zeppara. Nella tenuta si radunavano i pastori, i mezzadri, le guardie e qualche povero bracciante in cerca di lavoro.

Mauro Serra, nel suo interessante libro “Le invasioni delle terre”, racconta che prima degli anni Cinquanta il territorio di Sa Zeppara era una distesa selvaggia di decine e decine di ettari ricoperti da macchia di lentisco, rovi, vecchie querce contorte e acquitrini. Il terreno era destinato al pascolo di mandrie di buoi e di migliaia di pecore. Nel folto della rada vegetazione erano presenti conigli, lepri, pernici, quaglie e volpi. Nel fiume e nelle paludi si potevano osservare anatre selvatiche, gallinelle, ricci e anguille. Il suolo coltivato non era che una minima parte, però con una buona resa grazie alla presenza delle mandrie che ne fertilizzavano il terreno. Questo era il feudo della baronessa Rossi e, in misura minore, di Sisinnio Foddi di Gonnosfanadiga.

La costruzione del dominario potrebbe risalire ai primi anni del 1800. Probabilmente vi furono interventi di ristrutturazione e ampliamento nel 1882 quando il Barone Salvatore Rossi non era ancora proprietario di Sa Zeppara. La forma attuale del complesso è stata raggiunta nel corso del tempo, come si deduce anche dall’uso dei diversi materiali. Gli adattamenti furono realizzati in relazione a nuove esigenze tecniche ed economiche ma anche legate al lignaggio e alle esigenze personali dei nuovi proprietari.

Salvatore Rossi, nato a Cagliari nel 1775, era un imprenditore. Quale riconoscimento della sua capacità nel campo degli affari venne proclamato barone con un diploma firmato dall’allora Re di Sardegna Carlo Alberto.

Quando Rossi diventa barone a Cagliari è un uomo ricco e famoso. Aveva avviato un redditizio commercio di granaglie e di tessuti, gestito le tonnare di Porto Paglia, Portoscuso e dell’Isola Piana, acquistato tre bastimenti e messo in piedi una fabbrica, promosso la costituzione di una banca e di un monte di pietà. Ma non era ancora soddisfatto e, nonostante l’età avanzata, si prodigava per impiantare uno stabilimento per la produzione di tessuti.

La Baronessa Luigia Serra Rossi, deceduta nel 1992 all’età di 98 anni, apportò alla struttura modifiche di carattere igienico: costruzione di bagni interni con acqua calda e di camini per il riscaldamento. Abbellì l’esterno con i giardini.

Nella parte centrale dell’edificio storico vi era una corte interna che venne sostituita da una sorta di “torretta vetrata”, con bella vista, da utilizzarsi in primavera e autunno.

La baronessa, che conservò la proprietà degli edifici di Sa Zeppara fino alla morte, la ricordano in tanti. Evidentemente era un personaggio che, soprattutto in quelle povere zone di campagna, si faceva notare. C’è chi la ricorda quando, cavalcando sia all’amazzone che al maschile, visitava i suoi possedimenti, attirando l’attenzione di tutti.

La baronessa infatti pare fosse molto bella e per comodità, quando cavalcava, metteva vestiti attillati, all’epoca non molto diffusi. Sembra che ciò provocasse una sorta di eccitazione fra i dipendenti: evidentemente vedere il sedere di una donna sopra un cavallo in movimento doveva essere poco frequente soprattutto, in quelle campagne isolate.

Sulle abitudini della baronessa sono nate fantasie a metà tra i ricordi e il mito, come ad esempio il fatto che, quando visitava i suoi possedimenti, i contadini dovevano mungere le mucche per riempire la vasca di latte, nel quale la nobildonna soleva fare abluzioni di bellezza.
Era di certo una donna forte, un’autentica imprenditrice, se si pensa che la sua fu la prima azienda agraria in Sardegna ad avere trattori e mietitrebbia muniti di motori diesel.

Un nipote, a cui la baronessa affidò il suo intero patrimonio quando era ancora in vita, in una intervista dichiara: “Mia nonna era ricchissima. Possedeva 130 appartamenti a Cagliari, 50 a Roma, una azienda agraria di 1.000 ettari tra Guspini, San Nicolò D’Arcidano, Pabillonis e Mogoro, 20 ettari di area fabbricabile a Cagliari, e 700 operai alle dipendenze”.

Nel 1949 però si comincia a parlare di riforma agraria, di esproprio, di terre per i braccianti. Nel 1950 il territorio di Sa Zeppara è tra quelli attraversati dai fermenti politici per la richiesta di assegnazione di terre incolte intrapresa dai braccianti. Come già successo in Sardegna e in altre regioni d’Italia, inizia una rivolta. La mattina dell’8 marzo del 1950 oltre 3.000 contadini, provenienti in gran parte da Guspini ma anche da Pabillonis, San Nicolò d’Arcidano e da altri comuni del circondario, occuparono circa 200 ettari di terra nella tenuta di Sa Zeppara.

L’Unità del 9 marzo 1950

Gli occupanti si presentarono muniti degli attrezzi da lavoro e con cartelli di protesta con scritte come “voglio pane e lavoro”, “siamo disoccupati”, “vogliamo lavoro”, e si impegnarono a spietrare il terreno suddividendosi in parti uguali la terra da coltivare. Ci furono vari scontri con i Carabinieri a cavallo e il reparto celere della Polizia giunti appositamente da Cagliari per reprimere la rivolta dei braccianti. Alcuni di loro vennero arrestati e altri furono vittime di pestaggi.

L’occupazione delle terre da parte dei braccianti fu uno degli episodi più clamorosi della storia del movimento di rivolta che portò alla riforma agraria. Parteciparono all’occupazione anche deputati e consiglieri regionali, alcuni dei quali furono arrestati destando indignazione. La legge stralcio non risolse i problemi dei contadini senza terra a causa di una riforma agraria solo parzialmente attuata.

Ancora prima della rivolta i proprietari di Sa Zeppara furono oggetto di estorsioni da parte di alcuni briganti che uccisero diversi capi di bestiame. Un dirigente dell’azienda informò i Carabinieri e uno squadrone di sessanta militari a cavallo raggiunse la zona, venendo alloggiati nei locali della proprietà Rossi con il vitto a carico di quest’ultima. I possedimenti della Baronessa furono sorvegliati giorno e notte fino a che la banda di malviventi non fu annientata in un conflitto a fuoco.

Nel maggio del 1951 nasceva l’ETFAS, l’Ente per la Trasformazione Fondiaria e Agraria in Sardegna. La riforma prevedeva l’espropriazione delle terre incolte, la messa in atto di vasti e organici piani di colonizzazione e di trasformazione, e la creazione di importanti infrastrutture, prima di procedere all’assegnazione delle nuove aziende ai contadini.

Le terre della Baronessa Rossi vennero acquisite in parte dalla Regione che a metà degli anni Settanta creò la Boscosarda, l’azienda agricola e zootecnica a cui vennero assegnati mille ettari. Furono costruite stalle e coltivati i campi. Finì tutto nel 1983 con le terre date in affitto agli ex-dipendenti.

Oggi di quell’importante azienda rimangono alcuni edifici in gran parte crollati a causa dell’incuria ma anche da un incendio che ha distrutto i tetti di alcune palazzine.

Si riconosce parte dell’abitazione della baronessa con piano terra costruito in pietrame e con dei pregevoli archi in uno degli ingressi. Una parte del piano superiore appare di costruzione più recente con l’utilizzo di laterizi. Sul davanti, nella parte esterna al nucleo principale, vi era un giardino: oggi un grosso rampicante ha raggiunto i piani superiori e il tetto e rovi e cespugli di lentisco hanno colonizzato il resto.

Molti dei soffitti sono crollati e le grosse travi si incrociano tra loro creando curiose forme geometriche. Alcuni capannoni sono stati ristrutturati con delle imponenti capriate in legno. Qua e là si intravedono tetti in lamiera e anche lastre di eternit.

Accanto alla villa della Baronessa si trova una piccola chiesa, una cappella con un altare marmoreo ricoperto completamente dagli escrementi dei piccioni, che sono praticamente ovunque. In tempi abbastanza recenti è stato demolito il campanile a vela, osservabile in vecchie fotografie. Resta ancora in piedi una vecchia antenna televisiva risalente a quando in Italia si trasmetteva un solo canale.

La parte dedicata alla residenza dei contadini e dei fattori, tutta in pietra, è stata ristrutturata conservando l’impianto architettonico originale. Se ne sono ricavate stanze da letto per un agriturismo che occupa una parte del vecchio complesso. Di fronte ad esso, oltre la strada, vi sono altri due edifici: una cabina elettrica risalente ai primi anni Cinquanta e un altro edificio probabilmente adibito a deposito.

Difficile immaginare, osservando queste scomposte rovine, le mille storie dietro questi piccoli edifici: non solo quelle che hanno visto la leggendaria baronessa come protagonista, ma anche quelle dei contadini, dei loro parenti, dei loro figli, dei braccianti, di tutti quelli che hanno passato un pezzo della loro vita in queste terre, e perfino dei loro animali. Tutto è volato via in un attimo, come i piccioni spaventati dalla nostra presenza.

Dove si trova: dietro l’agriturismo Su Dominariu, in una traversa della SS 126, tra Guspini e San Nicolò d’Arcidano. L’accesso è vietato. Google Maps

Foto

CONDIVIDI