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Il paese invisibile. Muretti, macerie e il bosco: eppure Tonara è nata qui

Il fatto che Tonara venga definita come “uno dei paesi più verdi della Sardegna” ha un significato parallelo che va ben oltre il facile richiamo ecologico e turistico. Immerso nelle foreste del Mandrolisai, questo piccolo centro dall’insolito aspetto alpino dominato da un’improbabile baita tirolese cerca da sempre di svilupparsi verso l’alto, risalendo le pendici della montagna all’affannosa ricerca della luce.

Prima di raggiungere l’attuale florida estensione e il proverbiale posto al Sole, le cronache e le memorie degli anziani ci dicono che solo fino a pochi decenni fa Tonara era un posto molto diverso: in origine, infatti, non c’era una sola Tonara ma ben quattro.

Partiamo dalla notte dei tempi, nel lontano 1358, quando i documenti fanno il nome di Ilalà, il primo nucleo abitativo situato nel fondovalle. Bisognerà attendere solo altri trent’anni perché anche i piccoli villaggi satelliti di Arasulè, Toneri e Teliseri, ubicati più in alto, facessero il loro ingresso nella Storia: è il 1388.

Passano i secoli e i quattro paesini, uniti ma allo stesso tempo divisi e autonomi quasi come città-stato, si espandono rispettando rigorosamente la crescita verso l’alto. A loro volta suddivisi in vicinati, ognuno di essi possedeva aspetti e servizi peculiari rispetto agli altri.

Ma, fra le quattro frazioni, Arasulè ha la carta vincente: il Sole. La sua migliore esposizione richiama gli abitanti dagli altri villaggi, nei rigidi inverni barbaricini il caldo è sinonimo di vita. I numeri parlano chiaro: secondo il celebre Dizionario di Goffredo Casalis, nel 1839 Arasulè contava 1323 abitanti contro i 760 di Toneri, i 203 di Teliseri e i 97 di Ilalà.

Il destino del piccolo borgo del fondovalle era dunque segnato: solo un secolo più tardi, tra gli anni ’30 e ’40, Ilalà viene abbandonato e dimenticato. Contemporaneamente, gli altri tre villaggi si fondono e formano Tonara come oggi la conosciamo.

Quasi nessuno oggi si ricorda di Ilalà. Nonostante siano passati solo ottant’anni, sembra che sia stato abbandonato da mille: nessun cartello, nessuna casa in piedi, solo una fontana che ne mantiene il nome e la memoria, e la chiesetta di San Sebastiano che si sveglia per la sagra annuale della prima domenica di luglio e poi torna a dormire.

Percorrendo il sentiero di Crabisi, un tempo la via principale, ci vuole un occhio attento per capire che quelli che in apparenza sembrano muretti a secco erano case: case povere e semplici, domos senz’arte e ornamentu. Qualcuna conserva ancora le quattro mura e la parvenza di un edificio, qualcun’altra più fortunata ha anche lo stipite della porta, altre ancora un muro divisorio interno.

Ma è solo un’illusione: sepolto da felci e arbusti di ogni tipo, saranno sufficienti ancora pochi anni perché questo villaggio sia reso del tutto irriconoscibile dal Tempo. E mentre Tonara, come un albero, cresce e svetta verso la luce, Ilalà giace dimenticato nell’ombra, una volta necessario ma oggi inservibile, come un ramo ormai secco.

“Ma est gai! Sas cosas de su mundu iscumparint che neula e che nie.” [Ma è così! Le cose del mondo spariscono come la nebbia e la neve.] ci ammoniscono due malinconiche poesie tonaresi che ancora ne dipingono il ricordo:
Tiu Pera
Salvatore Lay Deidda

Dove si trova: A sud di Tonara, lungo il sentiero che porta alla chiesetta di San Sebastiano. Google Maps

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