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Pastoralismo, vita agreste, fichi d’India e tantissime pietre

Nelle sconfinate campagne di Oschiri, nel cuore del Monte Acuto verso Buddusò, solo quattro chilometri separano il villaggio abbandonato di Nodu Ladu da Tandalò.

Sfiorando la foresta demaniale di Su Filigosu e costeggiando l’impetuoso rio, ben due cartelli ci conducono in quello che viene descritto come un remoto eremo, ma in realtà si trova dopo un paio di tornanti di strada bianca. Sicuramente un contesto bucolico, ricco d’acqua e vegetazione, a circa 300 metri sul livello del mare.

Questa piccola austera comunità, scomparsa da tempo immemore, è facile bersaglio in rete di molti tipici stereotipi: dal dialetto incomprensibile alla noduladina ai matrimoni fra consanguinei, dai riti satanici alla sopravvivenza estrema in questi territori selvaggi.

Non mancano comunque solide testimonianze, in un labirinto di mura perimetrali, muretti e recinti, costruiti con pietre a mimesi con quelle affioranti. Siamo testimoni dell’ultimo recentissimo crollo, in cui anche l’unico tetto superstite ha ceduto alla dittatura del tempo e delle intemperie. Resta davvero poco, ma non possono mancare le onnipresenti stoviglie, bombole di gaz e macerie da ristrutturazione.

Nessuno insomma potrà più trovare ricovero nell’ampio slargo che gli ha dato nome.

Dove si trova: lasciando la Strada Statale 199 alle porte di Oschiri (SS). Google Maps.

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