Uno dei più noti e spettacolari siti di archeologia industriale in Sardegna: l’area mineraria di San Leone.

“Fine strada bitumata”

Nella zona industriale di Macchiareddu, in direzione dell’oasi del WWF di Monte Arcosu un cartello dal lessico desueto ci informa che ci accingiamo ad entrare in un luogo in cui il tempo si è fermato.

Pochi chilometri di strada bianca ma non impossibile ci separano da una sbarra, superata la quale inizia il nostro percorso dedicato all’archeologia mineraria. La miniera di San Leone (nome dato dal suo scopritore, l’ingegnere francese Leone Gouin, direttore della Societè Anonyme des Auts Fourneaux, Forge set Accieries, Petit Gaudet et c.) iniziò la sua attività nel 1863.

Una parte dell’area della miniera San Leone vista dal satellite (Google Maps)

Il 2 Aprile del 1865 il primo convoglio ferroviario della Sardegna partì per il suo viaggio inaugurale proprio dalla miniera di San Leone, e percorse i suoi 15.4 km che univano la stazione dalla spiaggia della Maddalena in territorio di Capoterra, dove era stato realizzato un ponte di 200 metri per mezzo del quale piccole imbarcazioni trasportavano il minerale ai grandi bastimenti ancorati al largo.

I lavori di estrazione del ferro si interruppero nel 1871 per il calo del prezzo del minerale che rendeva antieconomica l’impresa, ripresero solo nel 1877 con una produzione annua di circa 13.000 tonnellate sino al 1884, anno in cui la malaria costrinse la miniera ad una nuova inattività.
Dal 1886 si contano diversi tentativi di ripresa dei lavori, sino a quando, nel 1922 la concessione passa al demanio.

Nel 1937 la Breda presenta un programma di valorizzazione del sito, ma il progetto viene accantonato a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1950 la concessione viene ceduta alla Ferromin, società mineraria e siderurgica, che si occupa di costruire un imponente impianto di trattamento del minerale, oltre che della nascita del villaggio minerario, che sostituisce le vecchie costruzioni.

Anche la ferrovia viene smantellata, a favore del trasporto su gomma, decisamente più agevole, e l’unica traccia rimasta è il cartello che ricorda l’inaugurazione (anzi, ad essere precisi l’iNNaugurazione) della stazione ferroviaria, prima in Sardegna.

A qualche centinaio di metri dalla sbarra troviamo i primi edifici , il più imponente dei quali, sulla destra, dedicato alla produzione/ trasformazione dell’energia elettrica, gli altri, sulla sinistra probabilmente dedicati alla sorveglianza, e alla gestione della sbarra che segnava l’ingresso nella struttura.

Due sentieri si snodano dopo queste strutture: uno che si inerpica verso l’alto, ma che ci porta fuori direzione, un’altro sulla destra molto più sconnesso che ci conduce quasi subito verso i primi edifici.

Incontriamo una porcilaia dal soffitto talmente imbarcato da sfidare qualunque legge della fisica, e da consigliare soprattutto una debita distanza.

Alla sua sinistra si erge un imponente edificio dalle vaghe sembianze coloniali, probabilmente una scuola a giudicare dalla conformazione: al piano terra una cucina economica ancora in buona condizioni occupa una delle stanze, e conserva tracce di occupazioni tutto sommato recenti.

Al primo e secondo piano si alternano aule e bagni: Le infiltrazioni d’acqua dal soffitto hanno raggiunto una consistenza tale da rendere il luogo particolarmente suggestivo, e da suggerire un suo imminente collasso.

Al piano terra sono evidentissimi i segni di una recente alluvione, con i pavimenti ricoperti di fango ormai secco.

Poco più avanti si erge l’edificio più maestoso dell’intera area, dedicato alla lavorazione del materiale e ormai completamente vuoto.
Soffitti altissimi, basi orfane di macchinari imponenti, e un cartello dedicato alla sicurezza sul lavoro quasi del tutto leggibile ci accompagnano in questo tour.

A poche decine di metri troviamo gli alloggi delle maestranze qualificate: cartelli sbiaditi ci informano che l’ingegnere X aveva a disposizione una lampada da tavolo, uno scendiletto e poco altro. Man mano che si sale di piano le dimensioni delle stanze aumentano, e si trovano anche i resti di un angolo cottura.

L’ultimo piano è dedicato alla hall e ad una terrazza affacciata sui monti, dove il cellulare riprende a dare segni di vita, proiettandoci nuovamente nel XXI secolo.

Graffiti ovunque, ma stranamente il principe dei luoghi abbandonati non fa la sua comparsa sui muri degli edifici: nessun simbolo fallico disegnato.
A questo punto abbiamo due scelte: salendo oltre gli alloggi si arriva alle gallerie e agli ultimi edifici, proseguendo lungo lo stesso sentiero si arriva alla chiesa.

Le gallerie sono in buone condizioni, nonostante le pozzanghere e hanno al loro ingresso alcune botti di vino ormai distrutte: e proprio il nettare degli dei fa da padrone in fondo alla galleria di sinistra, con decine di casse piene di bottiglie che ancora lo contengono.

L’ultimo edificio è a serio rischio crolli dal soffitto, per cui non è assolutamente consigliato l’ingresso se non si è forniti quantomeno di un casco di sicurezza. In fondo un relitto di Renault 19 pone degli interrogativi destinati a rimanere senza risposta: Come ha fatto a salire li (questa è una domanda facile, alle sue spalle un ingresso è stato murato in tempi successivi alla costruzione dell’edificio) e soprattutto chi l’ha portata e perché ( e qua ci arrendiamo).

La “villa rosa”, vecchio centro direzionale del complesso ha un comignolo da cui esce del fumo, per cui tenersi a debita distanza non sembra una scelta troppo pavida.

Alla fine di una scarpata troviamo anche la chiesa, dalle condizioni tutto sommato buone nonostante sia sommersa da detriti accumulati in seguito ad una probabile alluvione, presumibilmente quella del 2008.

Non stupisce che il motivo ricorrente del nostro tour sia legato all’acqua e alla sua impetuosità: osservando bene quello che a prima vista si presentava come un sentiero sconnesso ci rendiamo conto che in effetti si tratta del letto di un torrente ormai secco, non esattamente il luogo ideale nel quale costruire degli edifici. L’acqua ha la memoria lunga, e tende a riprendere i suoi spazi, in un modo o nell’altro.

(grazie a Fabrizio M.)

Dove si trova:  territorio di Assemini, a circa 18 km da Cagliari. Luogo esteso, i cellulari prendono in pochi punti e quasi tutti gli edifici sono a rischio crolli. Si tratta di proprietà privata, poi fate voi. Google Maps.

Foto